L’interpretazione a molti cocktail

Cocktails

Io sbaglio quasi sempre a scegliere i cocktail. Basta chiedere a chi mi conosce. Una volta fatta l’ordinazione, nella quasi totalità delle volte trovo più buoni i cocktail dei miei compagni di tavola. È una costante della mia vita. Esiste un’interpretazione curiosa della meccanica quantistica che pare giustificare tutto questo: è quella detta a molti mondi, formulata nel 1957 da Hugh Everett III. È una variante di quella che va per la maggiore tra i fisici – che è l’interpretazione di Copenhagen: in Rete trovate un sacco di roba sull’argomento, dall’onnipresente Wikipedia a sconosciute ma utili tesi come questa, da leggere da pagina 31 – e nega candidamente il collasso della funzione d’onda. Quindi, se abbiamo una sovrapposizione di stati – ricordate il paradosso del gatto di Schrödinger? – non avrà più senso considerare le singole probabilità legate ad essi: tutti gli stati verranno certamente verificati con probabilità uguale a uno in una delle ramificazioni della timeline principale. Forzando a livello macroscopico la cosa, possiamo fare un parallelismo e dire che voi adesso avete la possibilità di continuare a leggere o di fare clic sulla X per chiudere questa scheda. Alla Copenhagen questi due eventi hanno una certa probabilità: ad esempio, se vi siete stufati di leggere, sarà più probabile che voi facciate clic sulla X – però non fatelo adesso che viene il bello. Solo uno dei due eventi accadrà e quello sarà lo stato osservabile. Alla maniera dei molti mondi, invece, si verificheranno entrambi gli avvenimenti, ma in due distinte realtà e voi non avrete percezione dell’esistenza dell’altro stato, né del vostro altro io naturalmente. Seguendo quest’ultima interpretazione, ogni volta che finisco a bere qualcosa, dovrebbero esserci tante versioni di me quanti i cocktail sulla carta. Questo mi conforta un po’, perché almeno uno di essi sarebbe contento della propria scelta. Ecco, forse di dovrebbe chiamare l’interpretazione a molti cocktail. Suona bene, no?
Spero comunque che sia chiaro come tutto questo sia solo un giochetto: la questione è molto più articolata di quanto abbia scritto e non ci si deve fare affascinare troppo dalle speculazioni filosofiche che si possono fare in merito. Ci sono infatti in gioco considerazioni importanti come la conservazione dell’energia che nell’interpretazione di Everett III viene violata senza problemi e ciò non è mica bello essendo un caposaldo della fisica. Oppure si deve ragionare sul fatto che una descrizione del genere è in sé e per sé deterministica e non probabilistica: ogni singolo osservatore, dopo la misura, penserebbe di essere in un mondo probabilistico, ma globalmente – a un livello “superiore”, diciamo così, di quello dei singoli osservatori – si può predire con certezza assoluta ciò che accadrà prima di compiere la misura. Insomma, un bel ribaltamento di pensiero!
In ogni caso, interpretazione a molti cocktail o no, penso che ognuno dovrebbe fare ciò che rientra nelle sue possibilità concrete per scegliersi il cocktail che vuole, prendendo il più buono. E non solo quello, of course.

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