Antologia Amore e non Amore

Copertina

Come nel post precedente, anche oggi dedico un po’ di spazio alla narrativa, in particolare a un’antologia di cui faccio parte. A distanza di due anni dalla sua uscita, mi sono deciso a rendere disponibile Urbi et Orbi la lettura del mio racconto. Prima, però, è doveroso contestualizzare la narrazione: per farlo copio/incollo due pezzi significativi tratti dal medesimo volume. Il primo è di Andrea Demarchi, curatore dell’antologia, che fornisce una panoramica dell’intero progetto in una prospettiva storica. Il secondo invece è l’introduzione al mio racconto ad opera di Fabio Geda, lo scrittore con cui ho affrontato la – più che mai necessaria – fase di editing del testo, un passaggio obbligato per dare una forma coerente alle mie parole.
Buona lettura!

 

La seconda edizione dell’osservatorio letterario giovanile per il Piemonte, istituito circa un anno e mezzo fa con il sostegno di Regione Piemonte e Biblioteca Civica di Nichelino (Torino) per indagare, in modo attendibile e reale, il mondo giovanile attraverso gli strumenti della scrittura e della narrativa, presenta due sostanziali novità. La prima consiste nell’aver alzato il limite anagrafico dei partecipanti da venticinque a trent’anni. Introducendo il volume “Dietro la collina”, che presentava dieci racconti di altrettanti narratori piemontesi emersi dalla sessione pilota della nostra ricerca, scrivevo, fra l’altro, che nell’auspicata ipotesi di dare un seguito all’iniziativa, avremmo riflettuto sull’opportunità di estendere il nostro monitoraggio su temi e linguaggi della narrativa giovane anche ai trentenni. Le motivazioni che ci avevano condotto a queste riflessioni ci portano a tornare indietro nel tempo, agli anni in cui Pier Vittorio Tondelli ideò e seguì, in veste di selettore e curatore, il progetto “under 25”, al quale il nostro Osservatorio, con dedizione e convincimento, si ispira. All’epoca – si era fra la seconda metà degli Ottanta e i primi Novanta – l’imposizione del selettore dei venticinque anni venne motivata da Tondelli come occasione per dare voce e strumenti narrativi adatti alla categoria dei “ventenni”. “Questo progetto – scriveva Tondelli nella postfazione al volume Belli&Perversi (Transeuropa, 1988) – è stato rivolto alle categoria, diciamo, dei ventenni, in cui, credo, si possono riconoscere ragazzi dai diciotto ai venticinque anni, e cioè ragazzi di un’età che rappresenta l’uscita dall’adolescenza e l’ingresso nella prima giovinezza; una età che significa esami di maturità, servizio militare, università, laurea, esperienze sentimentali e sessuali, intellettuali, formative di personalità che si stanno stabilizzando. Sinceramente, mi sembra abbastanza coerente.”

Tratto dall’introduzione all’antologia
DA DOVE STO PARLANDO
I luoghi, i libri, la scrittura.
di Andrea Demarchi

 

La memoria è una sigaretta che brucia a stento. La speranza è un biglietto scritto con del succo di limone. Nel racconto di Andrea Di Salvo la Storia con la esse maiuscola, quella dei grandi eventi, quella che ha scosso l’Europa del ventesimo secolo, s’intreccia con la storia con la esse minuscola, quella della quotidianità, del Dio delle piccole cose, la storia che si fa spazio nelle case, nelle strade, e nel ricordo dell’amore di un uomo (di molti uomini) per una donna. E tutto parte dalle confidenze inaspettate che un nonno fa a suo nipote, passato a trovarlo per fare due chiacchiere, per il piacere sincero della sua compagnia. Perché sì, esistono ancora nonni che raccontano la vita e nipoti che la ascoltano, o per lo meno esistono nell’immaginario di Andrea Di Salvo.
Andrea è coraggioso: non si rifugia come molti farebbero alla sua età in un mondo consolatorio e ombelicale, ma apre le porte della propria scrittura ai grandi temi della narrativa – la morte e l’amore – radicandoli in un contesto storico dipinto con una certa precisione: dietro il quale s’intuiscono ricerche e approfondimenti, o anche solo interessi personali. Com’è strutturato il racconto? Ve lo dico senza svelarvi troppo. Tre voci narranti che raccontano la storia di Lea. A lei non è concesso parlare, no. La Storia la rifiuta, non le concede cittadinanza, e solo chi l’ha incontrata può narrarci di lei, condividere i segreti della sua esistenza. A quelle tre voci l’onere del racconto, al lettore il piacere di ascoltarle.

Fabio Geda

 
 

Scorze di limone
di Andrea Di Salvo

I
La Francia spaccata a metà

Victor è davanti a me, e fuma. Come sempre. Sta lì, sprofondato nella sua poltrona consumata che sa di tabacco. Da quando sono arrivato ne ha già fumate cinque. Lo osservo, mentre la punta della sigaretta – una sigaretta fatta a mano, come da sua abitudine – s’accende d’un rosso sbriciolato, tipico del trinciato che brucia senza costanza. Ha le mani abbandonate sui braccioli; ogni tanto richiama la destra alle labbra, per un tiro.
“Ci facciamo un caffè?” dice.
“Va bene.”
Si alza a fatica, va verso la cucina. “Non avevo questo vizio del caffè tanti anni fa” dice.
“Quello del fumo dove lo hai preso?”
“Ah, quello non è un vizio.”
“E cosa sarebbe?”
“Un passatempo” dice picchiettando il caffè con un cucchiaino.
“Ti devi proprio annoiare a morte allora.”
“Sono un vecchio, ormai. È la morte che si annoia aspettando il mio momento. E io, forse, le sto dando una mano.”
“Gliela stai dando da mezzo secolo.”
“Non vorrà stringermela. Cosa vuoi che ti dica” e mima un gesto di pulizia della mano sui pantaloni. Se la ride divertito sotto i baffi ingialliti. Con gesti quotidiani e rapidi prende la scatola del tabacco sul tavolino di fronte a lui. Potrebbero chiuderlo lì, in quella tabacchiera, e si sentirebbe il re dello spazio infinito.
“Un’altra ancora?”
“Questa la conservo per dopo.”
“Cosa ci sarà dopo?”
“Non lo so. Forse mi verrà voglia di raccontarti qualcosa, come sono soliti fare i vecchi. E questa” la stringe tra il pollice e l’indice alzandola in alto, lo sguardo fiero “questa mi servirà per ricordare.”
Dico: “Avrai una memoria di ferro alla tua età.”
“Vieni a dare un’occhiata al caffè, invece di fare lo spiritoso” e con il suo passo solito, dinoccolato e ciondolante, scompare dietro la porta. Il caffè gorgoglia. Spengo. All’improvviso, un suono di trombe, squillante e metallico, invade la stanza. Charles Aznavour ha abbandonato la sua custodia di plastica e ci penetra nelle orecchie: canta Je m’voyais déjà. Mio nonno gli sta dietro, bofonchiando le strofe a bassa voce, poi riempie due tazzine, me ne porge una e si siede. Lo prende amaro, lui, il caffè. Lo sorseggia ascoltando la canzone. Poi, si fa riflessivo e sento una parola, ripetuta, balbettata in un sibilo. Pare che dica limone. D’un tratto, dice: “Ma tu hai una ragazza?”
“…”
“Che c’è, le ragazze sono passate di moda?”
“Certo che no” dico stupito. “Ma perché me lo chiedi?”
“Perché te lo chiedo?” Fa un gran sospiro. “Te lo chiedo perché la musica che è appena finita mi ha fatto pensare a quando ero giovane, come te.” Con una mano cerca l’accendino in tasca, la sigaretta è già tra le labbra. Tento di dirgli che forse dovrebbe smettere, che è la sesta, lui dice che no, che ravviva la memoria. E la carta brucia e uno sbuffo si fa strada tra le sue labbra. “Stavo dicendo della mia gioventù. Mi è tornata in mente per via di queste note. A quel tempo, avevo circa la tua età, vivevo ad Arvillard, un piccolo paese circondato da boschi.”
“Arvillard? Credevo avessi sempre vissuto qui, ad Avignone.”
“Avignone? Niente affatto. Io sono nato ad Arvillard. Mio padre possedeva una piccola attività e io gli davo una mano. Crescendo, diventavo ogni giorno più grande e forte, mentre a lui, il peso dell’età, lo curvava adagio. Ricordo che avevamo uno spaccio nella zona centrale del paese; la finestrella del negozio si affacciava su Rue de la Paix.” L’estremità della sigaretta non brucia più. Victor prende l’accendino e stuzzica con la fiamma arancione la punta annerita. Tira due boccate, riprende: “Poi venne la guerra. Mio padre fu chiamato alle armi nel marzo del quaranta, quando da noi faceva ancora freddo. Imbracciò il fucile e partì verso nord, ma le truppe non riuscirono ad andare oltre Somme. È stato il periodo peggiore della mia vita. La fame divenne sempre più di moda nonostante l’armistizio e il nuovo governo di Vichy. Era stata davvero la Blitzkrieg tanto propagandata dai tedeschi: quasi senza accorgercene la Francia era spaccata a metà, come le esistenze di noi tutti. Mio padre riuscì a fuggire dalla sacca in cui i tedeschi avevano intrappolato l’esercito. Fu il miracolo di Dunkerque. Tornò a casa quasi un mese dopo e non parlò mai della guerra. Forse sperava di averla lasciata a nord, lontano dalla sua terra. La terra, già. Una volta tornato, comprò un vasto appezzamento da un nostro vicino deciso a lasciare il paese. Credo che non volesse dipendere più dai rifornimenti a intermittenza a causa dei quali eravamo costretti a dire – davanti agli sguardi smarriti dei clienti – désolé, il n’y a rien. E poi, un luogo dove nascondersi poteva sempre tornare comodo. Ricordo il giorno in cui abbandonai la mia casa ad Arvillard per quel rifugio. Uscii con un fagotto sulle spalle, dentro diverse forme di pane, del formaggio e alcuni salami. Siccome si stava avvicinando una festa nel paese, portai anche una bottiglia di vino. Almeno avrei festeggiato. In una tasca raccolsi un buon numero di proiettili per il fucile; avrei aggiunto volentieri della selvaggina fresca al mio menù. Mi accordai per i rifornimenti di ciò che non potevo procurarmi direttamente: ogni due settimane dopo la curva del pilone con il santo – che protegga sempre i viaggiatori – avrei trovato mio padre ben nascosto e lontano dalla strada. Mi incamminai di buon mattino. La luce assonnata disegnava un’ombra lunga, non ancora affaticata, sulla strada polverosa. Ero un buon camminatore: verso mezzogiorno arrivai al capanno. Il casolare, poco lontano e ben nascosto dagli alberi, mi sembrava molto più decrepito della prima volta che lo vidi. Non lo raggiunsi subito, preferii mangiare qualcosa e riposarmi a dovere; in fondo sarebbe stata la mia casa a tempo indeterminato e avrei avuto modo di abituarmi. Nonostante fossi solo, i miei genitori si sentivano più tranquilli. Il prezzo della lontananza parve loro il giusto tributo da pagare. Si dissero che potevano tollerare quella situazione di miseria e sottomissione, ma non la perdita del loro unico figlio. Già diversi giovani erano stati arruolati nelle cittadine vicine, volenti o nolenti. Le pattuglie della guardia francese non infastidivano la zona dei boschi a sud-est, troppo fuorimano per loro, quindi non potevano infastidire me. Per contro non potevo nemmeno essere raggiunto dai miei genitori, perché la loro assenza avrebbe potuto destare qualche sospetto in paese. Un giorno, gironzolando per la zona, vidi una luce non lontana da me – Soldati! – pensai. Mi acquattai per terra abbandonando il sentiero. La luce si avvicinava, intermittente. Caricai il fucile. Il bagliore avanzava lentamente nel buio. Il vento mi portò alle orecchie uno strano suono: dapprima lo scambiai per quello di qualche animale, poi si fece più distinto, un respiro profondo e affaticato. Attimi dopo ebbi una sorpresa senza pari. Cinque figure fecero la loro comparsa sotto il mio tiro: tre erano furtive, una curva – la causa di quel suono – e una più piccola, aggrappata ad una delle tre ombre: una famiglia nel cuore della notte. Tolsi subito il dito dal grilletto. Li osservai passare. Tutto si svolse in un profondo silenzio. Non ebbero tempo di allontanarsi che li seguii, il fucile a riposo sulla spalla. Non si accorsero di me, anche perché non proiettavo nessuna ombra: il padre teneva stretta a sé la lampada a olio, io ero fuori dalla sua portata. Decisi quindi di salutarli. Si voltarono di scatto, gli occhi grandi e fissi sul fucile. Dissi loro che non era affatto mia intenzione spaventarli, ma l’espressione dei cinque non mutò. Ancora nessuna reazione quando spiegai loro che tornavo da un’estenuante caccia. Dovevano essere forestieri, non mi diedi altra spiegazione. Avvicinandomi con calma, le mani un po’ in avanti, lontane dal fucile, valutai la salute del curvo. Respirava con affanno e si interrompeva solo per tossire: era asma. Lo sapevo. Ne soffrivo anch’io. Feci segno di seguirmi ai loro sguardi spaesati. Parlarono tra di loro e il padre mi invitò a fare strada. Forse ispiravo loro fiducia per il semplice fatto che non li avessi impallinati subito, pur avendone avuta la possibilità… Giungemmo al casolare mentre un leggero bagliore iniziava a nascondere le stelle. Cercai tra i cassetti di un mobile, trovando la cura per il vecchio: in una scatola logora riposava del tabacco selvatico. Sbriciolai alcune foglie secche avvolgendole in un pezzo di carta – proprio come faccio adesso – e mimai ciò che avrebbe dovuto fare il vecchio: due tiri profondi intervallati da due probabili colpi di tosse. Lui mi guardava senza fissarmi, non doveva essere un fumatore e fece della resistenza. Gli altri quattro lo guardarono severi: cedette. Fece due tiri veloci, consecutivi, scostandosi dalla posologia da me indicata e si videro le conseguenze. Dei colpi di tosse spaventosi gli fecero cadere dalle mani la carta bruciacchiata e lui la raggiunse poco dopo. Ridotto a carponi cercava con la mano qualcuno dei suoi. Per un attimo – lo confesso – ebbi paura anch’io, ma quando si risollevò non ebbe altro che un po’ di rossore in volto. La crisi era passata. I cinque si rallegrarono tra loro e non smisero di sorridermi. Finita la gioia, la luce già bussava forte alla porta e si faceva strada oltre i vetri appannati. I loro volti ritornarono furtivi e decisi che sarebbero rimasti lì con me.”
La sigaretta è consumata. Victor prende fiato, la memoria si fa più flebile. Apre il suo piccolo regno, ne tira fuori del tabacco e lo imprigiona nella carta. Come se fosse un rito, seguo la danza arancione della fiamma intorno alla punta.
“Per quanto rimasero con te?”
“Quasi quattro mesi.”
I primi, mi spiegò Victor, furono un po’ più difficili degli altri. La lingua creò qualche problema, ma nulla di insuperabile attraverso l’uso dei dialetti di frontiera; d’altronde i lavori in casa e nell’orto non richiedevano grandi conversazioni. In ogni caso la prima intenzione di Victor fu di capirne la provenienza e scoprirlo fu cosa abbastanza facile. Erano italiani, figli di una valle al di là del confine. Dopo la cena, illuminati da candele immacolate, facevano un gioco. Ognuno scriveva una parola su dei pezzetti di carta ricavati da grandi sacchi per la farina ormai inutilizzabili. Non usavano inchiostro – impossibile da trovare – ma succo di limone che non lasciava traccia sul foglio. Poi si passavano i biglietti avvicinando la carta alla luce della candela, e comparivano le parole, che cercavano di mimare.
La bambina – ancora troppo piccola per scrivere – giocava con le scorze di limone, immaginando che fossero le barche che li avrebbero portati via dalla guerra. Ve ne erano sei perché Victor sarebbe andato con loro.
Così le giornate si accumulavano, lente, come le informazioni in possesso del nonno. Scoprì le origini ebraiche della famiglia. Imparò qualcosa sul loro culto e ne rimase affascinato. Con più tempo a disposizione, avrebbe forse azzardato una conversione, non fosse che l’appartenenza al popolo eletto è possibile solo tramite discendenza materna. Victor si accontentò di pensare che il cielo sotto il quale viviamo è uno solo. Eppure non era la stessa convinzione espressa nelle leggi sulla razza, quelle che costrinsero la famiglia a vendere per tempo i beni che non potevano stare in una valigia. Un amico di vecchia data poi, conoscitore dei sentieri di montagna nascosti agli occhi dei più, li portò oltre il confine. Con il mezzo più economico in loro possesso – i piedi – avanzarono sui fianchi delle montagne evitando di affrontare le valli chiuse. Quando finalmente erano riusciti a ripiegare verso sud, si erano imbattuti in quel ragazzo armato di fucile.
Nel fluire inarrestabile delle sue memorie, scopro che Victor coltivava qualcosa oltre agli ortaggi. Lo dice come se non fossi con lui nella stanza, nella solitudine dei suoi ricordi. Parla di Lea. La descrive nel dettaglio, ma è sterile rappresentarne un semplice guscio. Dice così mentre fuma. Il ricordo è amaro perché solo un’immagine del tempo andato. Nulla di vivo. Un’illusione che però concede ancora qualche chiacchiera al tavolo dopo cena o una semplice partita a carte con il vecchio asmatico. È come se potesse stendersi tra i fili d’erba al fianco di quella ragazza, disegnando con il dito buffe figure nel cielo notturno. E se si concentrasse, potrebbe forse sentirne la voce o il sussurro prima di un bacio.
“Non li ho più visti. Sono uscito una sera per i soliti rifornimenti e quando sono tornato non erano più nel casolare. Non c’era alcun segno, era tutto in ordine. Due settimane più tardi scoprii da mio padre che il governo di Vichy stava provvedendo a stimare le proprie capacità in vista del proseguimento della guerra. Nell’ultimo mese erano stati inviati diversi ispettori, specie nelle campagne, per avviare le valutazioni sulla produttività. È possibile che siano stati trovati da qualcuno di quelli anche se per istinto penso che siano scappati. Posso almeno avere la speranza che lei, ogni tanto, da qualche parte di questo mondo, legga ancora una volta quel biglietto, l’ultimo che le diedi. È tutto quello che mi rimane di lei… una speranza scritta con il limone. O forse solo una fantasia… “
Lascia in sospeso la frase, quasi che a completarla debba essere il filo di fumo tra le sue dita. Restiamo in silenzio, seduti tra un clock e l’altro dell’orologio a muro. Poco dopo, lentamente, mi dice: “Grazie di essere passato a trovarmi.”

II
Rabtshik!

La notte è fredda. Le stelle, figli e figlie ancora non nati di Abramo, mi guardano dall’alto con pietà, osservando in silenzio la triste sorte di questo loro fratello. Con passo stanco costeggio la fila di capannoni e non alzo lo sguardo, conosco ogni angolo di questo campo. La luce asettica che esce dalle finestre senza vetri proietta la mia ombra sulla polvere: prima si ranicchia ai miei piedi, poi si allunga e disperde verso il cortile. Si ranicchia e si disperde, fin tanto che non finisce la fila dei capannoni. Mi dirigo verso un estremo del campo, la zona più lontana dagli altri edifici. Quasi volessero tenerlo nascosto in questo pezzo di terra maledetta da Dio. Vedo le luci sputate fuori, mi sembrano incredibilmente calde. Il cuore accumula qualche battito in più al minuto, forse stanotte avrò qualche speranza di vederla. Poco prima di entrare lancio uno sguardo all’ingresso del campo: un camion in attesa di entrare – probabilmente è quello dei vettovagliamenti – illumina con i fari un cumulo oscuro al di qua della recinzione. È una piccola montagna di scarpe di tutte le taglie.
“Rabtshik!”
Vengo accolto da una divisa che si sta specchiando. Tira su il colletto. È impeccabile. Mi chiama sempre per nome, mi vuole fare un onore: qui dentro hanno tutti un numero tranne chi porta un’arma. Il mio è 330415. Me lo hanno impresso sulla parte interna del braccio sinistro, dove la pelle è più sensibile, perché non lo dimenticassi mai. Non lo dimenticherò.
Nella stanza siamo in quattro. Io, un altro ebreo dietro una scrivania, l’uomo davanti allo specchio e un altro seduto. L’uomo davanti allo specchio si gira, sorride.
“Che piacere vederti, sei venuto a dare il cambio?”
“Come sempre, signore.”
Esce con aria soddisfatta, salutando l’uomo seduto. Questo, un uomo giovane, ben piazzato, fulgida espressione della razza superiore, si erge in piedi. Un gigante. L’altro ebreo prende il grande libro da uno dei cassetti, annota due righe e ne firma la pagina, poi esce in silenzio. Mi saluta chiudendo gli occhi, come siamo abituati a fare. Nel frattempo il gigante è scomparso. Sento i suoi passi pesanti al piano di sopra. Rimasto solo, mi siedo al posto del mio predecessore. Apro il libro e leggo. Tutto è meticolosamente registrato, non sfugge nulla neppure in questo capannone. Sulla scrivania c’è un orologio, ne guardo l’ora e la confronto con l’ultima segnata sul libro. Un rumore conosciuto mi distrae da quell’inutile attività. È l’uomo, che sta sfogando appieno la sua gioventù.
Se ne esce poco dopo e deduco che avrà bisogno anche lui dello specchio. Prima di sistemarsi mi getta sul tavolo i marchi della tariffa. Fisso quei soldi, poi lui.
“Puoi tenerti il resto ebreo.”
Lo ringrazio. Si tasta addosso.
“Controlla se nel cassetto ci sono delle sigarette.”
“Mi dispiace signore, non ce ne sono.”
“Le hai prese tu?”
“Non fumo, signore.”
“Un vero peccato. È quello che ci vorrebbe adesso” Intanto è tornato allo splendore ariano. “Dimmi, come sto?”
“Molto bene, signore.”
“Perfetto. Stammi bene” Diversi di loro sono più gentili quando escono da una di queste stanze. A volte pare che si scordino persino la nostra condizione di ebrei. Poco dopo lascia l’ingresso fischiettando.
Rimango solo. Apro nuovamente il libro, guardo le stanze occupate. Con l’indice scorro i nomi delle donne: sono tutte interne al campo, nessuna tedesca libera. L’indice scorre fino in fondo. Eccola. Con gli occhi cerco il numero, quindi la stanza. Chiudo il libro e lo allontano da me. Nella stanza c’è silenzio. Non fosse per il ticchettio dell’orologio penserei che il tempo si sia fermato. Poi la porta d’ingresso si apre e un uomo alto, secco e non più giovane si fa avanti con passo sicuro.
“Fa vedere” indica il libro.
Lo apro, porgendoglielo quasi fosse la Torah.
“Mein Gott! Nemmeno una tedesca. Questo è davvero un porcile!”
Sputa per terra. Io, dallo sputo passo alle assi imbarcate del pavimento, alle fessure tra queste. Con gli occhi scendo le scale, li chiudo e con la mente apro la porta dove dietro si trova Lea. Mi sta aspettando, lo so. Io, dal canto mio, aspetto l’alba.

Questa è la vita del bordello del campo. Un’eterna attesa. I carcerieri non aspettano altro che la possibilità di allontanarsi dal sudiciume dove lavorano, i carcerati desiderano che questo loro momento finisca il più presto possibile per tornare nel loro sudiciume, in ciò che qui si sono abituati a definire casa. Mi sveglio a braccia conserte sul tavolo. Il quaderno è esattamente dove l’ho lasciato, non è venuto più nessuno. Strano, penso.
I primi raggi di sole si vergognano a illuminarmi la faccia. Passo una mano sul volto. Faccio così ogni mattina: sostituisce il lavaggio e mi assicuro di essere ancora vivo. Apro con cautela la porta: gli unici presenti nello spiazzo centrale sono gli uomini del Sonderkommando. Una squadra sta tornando verso gli alloggiamenti: anche di notte la morte non dorme. Lancio un’occhiata avida all’orologio. I miei passi suggeriscono il rumore da fare alle assi e gli scalini scricchiolano al mio passaggio. Con la stessa cura di prima scosto la seconda porta. Lea è stesa sul letto, l’oro del mattino la veste di un colore commovente. Mi scordo del campo. Accosto la porta e mi avvicino. La sento respirare, così lieve, regolare, l’unica musica che mi è concessa. Le siedo accanto. Fermo. Quasi non respiro. Rimango così per qualche minuto e fingo che sia l’eternità. Vorrei piangere, ma così facendo potrei svegliarla. Ha i capelli sciolti, abbandonati sul cuscino. Sembra grano. È una delle poche donne alle quali è permesso di tenere i capelli lunghi, di mantenere un attributo di femminilità. Sento stringermi il petto.
D’un tratto si sveglia, i miei pensieri hanno fatto rumore. Cerca di guardare oltre il vetro della finestra.
“Ho dormito tanto” commenta giudicando la quantità di luce.
“Sì. Anch’io ho avuto modo di riposarmi. Sono salito da poco e ti ho vista dormire.”
“Potevi svegliarmi, Rabtshik.”
“E riportarti in questo mondo? Nella sua indifferenza, nemmeno Dio lo avrebbe fatto.”
Le nostre mani si cercano. Sulla parete di legno le sembra che manchi qualcosa.
“Ti ricordi quando ti ho detto dello splendido Mizrah che avevamo in Francia? Era bellissimo. Per tutti quei giorni ci ha indicato la direzione di Gerusalemme, sapevamo dove rivolgere le nostre preghiere.”
“Forse non avete pregato abbastanza.”
Mi guarda con le lacrime agli occhi.
“Un versetto ricamato recitava: la pace del Signore è con chi lo teme.”
“Tu quindi non lo temi?”
“Ho imparato a temere di più i figli degli uomini, Rabtshik. Ho imparato questo.»
Cerco nella tasca interna della mia casacca. Un pezzetto di carta passa dalla mia mano alla sua. Lo apre. È perplessa. Si sente solo un lieve profumo di limone. Tiene la carta tra le dita. Poi, sempre dalla casacca prendo un pezzo di formaggio con la crosta e un torso di pane. Un sorriso taglia la mia faccia. Non una parola. Sento solo le sue labbra tremanti. Io non possiedo nulla se non la pelle che mi porto faticosamente addosso, ma in quel momento mi sento l’uomo più ricco del campo. Ci ritagliamo alcuni minuti per consumare la colazione: gustiamo a fondo il pane, il formaggio e questo brandello di vita.
Non c’è pietà per gli esseri viventi, ma almeno un po’ di amore è loro concesso. Penso questo e continuo a masticare.

III
Poteva essere mia figlia.

Mi sono alzato presto, come ogni domenica. Come ogni domenica ho preso la mia bisaccia con dentro i proiettili preparati il giorno prima. Avevo intenzione di cacciare qualcosa di grosso, per questo avevo sperimentato una nuova miscela di polvere da sparo. Mia moglie dormiva, così come i miei figli. Ero fuori. L’aria fredda mi dava il benvenuto. Alle mie spalle, alcuni comignoli delle case sbuffavano un fumo chiaro.
Qualche giorno prima avevo sentito da Kurt di una zona dove i cinghiali sono soliti radunarsi. Si tratta di una striscia libera dagli alberi, un confine naturale tra il bosco e le zone adibite al pascolo. Raggiunta la zona, mi sono arrampicato su una roccia senza difficoltà e ho preso subito posto su una parte priva di asperità, un letto di pietra. Con il fucile carico, sono rimasto in silenzio, muovendomi il meno possibile. Ho sempre pensato che l’attesa fosse la parte più bella della caccia. Capire da dove arriva la preda per intuirne il tragitto e coglierla poco più avanti, in quel lasso di tempo che distingue la vita dalla morte. Ho sempre provato una gioia primitiva in quell’anticipo. Così sono rimasto immobile, mi sentivo parte della foresta. Poi, tutto si è consumato in pochi istanti. La vegetazione bassa si piega in due direzioni. Rapidamente. Vinco la resistenza del grilletto. Sparo un solo colpo. Non scendo subito, potrebbe essere solo ferito. O peggio, potrei averlo mancato e lo immagino in attesa, fermo come me. Ma non succede nulla. Carico di nuovo il fucile. A pochi metri, lascio che la canna di ferro mi preceda. Ancora nulla. Finché non scosto la vegetazione. La prima cosa che ho visto è stato il vestito. Poi i capelli, come il grano. Ho cercato con le mani la testa, per sollevarla. Solo allora mi sono accorto della gola, del sangue che non riuscivo a fermare. E poi gli occhi in cerca dei miei. Poteva essere mia figlia. Con un fazzoletto ho cercato di premere sullo squarcio. Sentivo il sangue gorgogliare nella gola. La bocca aperta tentava di prendere aria. Alla fine ha allungato una mano verso di me. L’ho stretta con forza. È morta così. Ho pianto. Poteva essere mia figlia. Mi hanno trovato accovacciato, lei tra le braccia. Volevo trattenerla. Non me lo hanno permesso. Sono stato sollevato da due di loro. Un terzo ha preso il fucile, mentre un altro scostava con la punta dello stivale il volto della ragazza.
Era stato un incidente, un dannato incidente! Questo urlavo in silenzio. Mi hanno portato via, avevo i pugni serrati. Raggiunto il sentiero, ci siamo ritrovati poco dopo su un’ampia mulattiera. Abbiamo oltrepassato un posto di blocco che non avevo mai visto prima. Lasciandocelo alle spalle, ho notato le divise di coloro che mi hanno trovato nel bosco: erano diverse da quelle dei militari ordinari. Facevano parte delle SS. Sul berretto dell’ufficiale luccicava il teschio con le due ossa incrociate dietro. Ghignava. Siamo arrivati ad un campo recintato con una rete metallica e del filo spinato. Sono stato portato verso un ampio edificio centrale. Mi hanno fatto attendere in una piccola camera spoglia, sorvegliato da due militari armati. Qualcuno parlava oltre la porta. Sono stato introdotto in una sala completamente diversa, concepita per essere accogliente. Oltre una massiccia scrivania stava seduto l’ufficiale responsabile del campo. Si è presentato così, invitandomi a sedere. Si è quindi proteso in avanti porgendomi la mano. Mi ha chiesto scusa, se non si alzava, ma aveva male a una gamba. Mi ha chiesto chi fossi e perché avessi sparato alla prigioniera.
Ho detto: “Una prigioniera?”
«Sì, la zona militare nella quale è entrato ha una funzione specifica: reclusione. Le persone sgradite al Reich sono la nostra specialità.»
“Non sapevo dell’istituzione di zone come questa.”
“Non si stupisca. Capita di non conoscere le cose. Ma anche alle cose che non si conoscono, se vengono dalla Germania, bisogna prestare fedeltà. Giusto? Avere fiducia. Ora firmi questo, per favore.”
Mi ha consegnato un foglio. La sua voce si è sovrapposta alle lettere nere, come la sua divisa.

Ordine del giorno N. 1909

In data odierna è evasa dal campo la prigioniera 325808. Si suppone che abbia usato il mezzo adibito ai rifornimenti come via di fuga. Dopo una breve ricerca è stata trovata – deceduta – nella boscaglia circostante.
Un cacciatore del posto le ha sparato alla gola, causandone la morte. Questi è stato debitamente condotto al centro di comando del campo e interrogato in merito. Date le circostanze e la razza della deceduta, non si procederà ulteriormente contro il cittadino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . il quale si impegnerà a non divulgare l’accaduto, pena il relativo procedimento per violazione di zona militare.
Copia del presente documento, unitamente alla deposizione del detto cittadino, è presente presso il Comando Generale del Reich, archivio della gestione dei Campi.
Il comandante del campo.

Io ho firmato. Non potevo fare altro. Il comandante mi ha stretto calorosamente la mano, sempre da seduto. Attraversando il campo, un uomo mi ha seguito con lo sguardo. Non era un militare. Portava una casacca che certamente non lo stava riparando dal freddo, ma sembrava non accorgersene. Un soldato al mio fianco, accortosi dell’uomo, gli ha ordinato di non fissarmi e proseguire il suo lavoro. Glielo ha urlato. Poi ha estratto la sua Walther P38. Con passo stanco, le spalle curve, si è diretto verso un estremo del campo. Si girava spesso. Non ho osato chiedere nulla al soldato. Sono uscito. Mi hanno lasciato solo in prossimità del paese. Mentre camminavo mi sono accorto che la mia mano stava stringendo qualcosa. Era un foglietto di carta con un angolo sporco di sangue. L’ho messo nella tasca dei proiettili, portandolo a casa. Quel giorno, per mia moglie e i nostri figli, la consueta battuta di caccia domenicale era solo andata male. Per me divenne l’ultima.
Oggi ho svuotato la tasca raccogliendo i proiettili. Li regalerò a Kurt o a qualche altro amico. Ho ritrovato il foglietto. Mentre scrivevo queste righe alla luce della candela, ho notato dei segni che prima non c’erano sul pezzettino di carta. L’ho avvicinato alla fiamma. C’era scritto qualcosa e sentivo un profumo, come di limone.

Annunci

E ora scrivi qualcosa tu!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...