Chi è questo simpatico cicciottello?

Michele Lessona

Chi è questo simpatico cicciottello? Prima di ieri pomeriggio anch’io avrei fatto fatica a rispondere e mi sarei affidato alla fortuna sparando il nome di qualche personaggio dell’Ottocento. Con ogni probabilità avrei azzeccato solo il periodo storico e nulla di più. Il signore in questione è Michele Lessona. Sì, va bene, anche questo non dice molto di più. Date un’occhiata all’onniscente divinità Wikipedia e al suo coppiere torinoscienza.it. Ecco, ora sapete che è stato un naturalista, un medico, un divulgatore scientifico morto nel 1894 e bla bla. E dunque? E dunque il Museo Regionale di Scienze Naturali torinese ha deciso di recuperarlo dal dimenticatoio e dedicargli un concorso letterario al quale ho partecipato. Qui i dettagli di questa prima edizione. Preciso subito: non ho vinto nulla. Però un giro alla premiazione svoltasi nel pomeriggio di ieri l’ho fatto lo stesso. Per fortuna ero in buona compagnia. Se è vero che il fatto di non avere vinto niente non mi incentivasse a seguire con grande interesse e ipocrisia la premiazione, è anche vero che il coinvolgimento del pubblico è stato piuttosto marginale – premiati a parte, si intende. Le letture dei racconti incoraggiavano alla distrazione e così mi sono dilettato a seguire con un orecchio, a commentare ciò che accadeva in sala e a scarabocchiare con una penna un’elegante signorina patinata e stampata sulla carta promozionale di un corso di lingue. Alla fine, comunque, ho avuto anch’io il mio osso; in quanto partecipante, il Museo mi ha regalato una copia di un volume sul cicciottello che però in copertina mi pare molto più snello. Giudicate un po’ voi.

Michele Lessona - Andrea Scaringella

Oltre a questo (che costa comunque 20 sacchi), per essermi annoiato mi sono meritato un altro volumetto di presentazione del Museo (altri 5 sacchi), un’agenda 2012 di dubbia utilità ormai e una copia della rivista Oasis, che per la cronaca non ho mai sentito nominare. A seguire è stato offerto a tutti un rinfresco su cui è meglio sorvolare. A questo punto qualcuno potrebbe anche dire: ma che faccia tosta hai a lamentarti dopo tutto questo! E io risponderei: sì, oggi mi sono alzato così.
Ah, non v’ho parlato del mio racconto. Faceva parte della sezione Esplorazioni del mondo sotterraneo. È nato da un mix di ricordi infantili e nozioni personali sulle formiche (per chi fosse interessato, trova qualcosa in merito in questi due post: Mirmecologia, ovvero parliamo di formiche e Una nave vivente). Qui sotto ho messo l’incipit che continua al link in fondo.

Per arrivare dalla mia casa torinese a quella dei miei nonni paterni devo attraversare otto regioni. L’equivalente di un viaggio in treno di circa dodici ore. Ritardi esclusi. I ricordi d’infanzia mi regalano ancora fresche memorie di quei viaggi che facevo: una cuccetta, quattro persone e i bagagli. Il momento più eccitante del viaggio era forse la traversata dello Stretto di Messina quando io e mio fratello, di solito accompagnati da mio padre, potevamo scendere dal treno e fare un giro per la nave. La mamma restava in carrozza perché mal sopporta i movimenti del mare. Poi, in prossimità della costa, di nuovo nello scompartimento per l’ultima tratta su rotaia. Ad attenderci in stazione – la ricordo modesta, quasi sempre deserta – c’erano i nonni. Per un certo periodo di tempo mio nonno ha posseduto un furgoncino nero e veniva a prenderci con quello.
Abitano in un paesino dell’entroterra, in una villetta affacciata sulla strada principale: è abbastanza trafficata per essere un piccolo centro. Lontano, l’Etna è un cono irregolare dalla sommità innevata e lo si può vedere da qualunque parte del giardino che cinge la casa da due lati. Tra gli alberi e le siepi di questo, mio nonno aveva messo qualche giostra perché noi nipoti ci potessimo divertire. Verso il fondo del terreno c’è pure un orto. Avendo sempre vissuto in città, quel pezzo di terra esercitava su di noi l’attrazione che spetta alle cose inaccessibili. Così io e mio fratello entravamo nel capanno degli attrezzi accanto procurandoci pale, rastrelli, piccone e cazzuole. Dopo una breve consultazione iniziale avviavamo gli scavi in una zona lontana dagli ortaggi, facendo buche nel terreno e tirando su piramidi precarie. Insieme alla terra accumulavamo intere ore di lavoro senza avvertire troppo la fatica. Ci piaceva. Scavavamo canali che terminavano in una buca profonda, sviluppavamo affluenti e costruivamo ponti su di essi. Più di una volta abbiamo preso a modello il vulcano, creando il cratere centrale e quelli secondari. L’acqua che buttavamo all’interno delle cavità e che poi, strabordando, colava lungo le fiancate era per noi lava bollente. Continua..

 

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