Formicaio alla frutta – da consumarsi preferibilmente fresco.

Formicaio

Con questo racconto ho partecipato alla prima edizione del concorso letterario Michele Lessona indetto dal Museo Regionale di Scienze Naturali. Non ho vinto niente, ma ve lo faccio leggere lo stesso. In questo post potete trovare una specie di resoconto della premiazione.

 

Per arrivare dalla mia casa torinese a quella dei miei nonni paterni devo attraversare otto regioni. L’equivalente di un viaggio in treno di circa dodici ore. Ritardi esclusi. I ricordi d’infanzia mi regalano ancora fresche memorie di quei viaggi che facevo: una cuccetta, quattro persone e i bagagli. Il momento più eccitante del viaggio era forse la traversata dello Stretto di Messina quando io e mio fratello, di solito accompagnati da mio padre, potevamo scendere dal treno e fare un giro per la nave. La mamma restava in carrozza perché mal sopporta i movimenti del mare. Poi, in prossimità della costa, di nuovo nello scompartimento per l’ultima tratta su rotaia. Ad attenderci in stazione – la ricordo modesta, quasi sempre deserta – c’erano i nonni. Per un certo periodo di tempo mio nonno ha posseduto un furgoncino nero e veniva a prenderci con quello.
Abitano in un paesino dell’entroterra, in una villetta affacciata sulla strada principale: è abbastanza trafficata per essere un piccolo centro. Lontano, l’Etna è un cono irregolare dalla sommità innevata e lo si può vedere da qualunque parte del giardino che cinge la casa da due lati. Tra gli alberi e le siepi di questo, mio nonno aveva messo qualche giostra perché noi nipoti ci potessimo divertire. Verso il fondo del terreno c’è pure un orto. Avendo sempre vissuto in città, quel pezzo di terra esercitava su di noi l’attrazione che spetta alle cose inaccessibili. Così io e mio fratello entravamo nel capanno degli attrezzi accanto procurandoci pale, rastrelli, piccone e cazzuole. Dopo una breve consultazione iniziale avviavamo gli scavi in una zona lontana dagli ortaggi, facendo buche nel terreno e tirando su piramidi precarie. Insieme alla terra accumulavamo intere ore di lavoro senza avvertire troppo la fatica. Ci piaceva. Scavavamo canali che terminavano in una buca profonda, sviluppavamo affluenti e costruivamo ponti su di essi. Più di una volta abbiamo preso a modello il vulcano, creando il cratere centrale e quelli secondari. L’acqua che buttavamo all’interno delle cavità e che poi, strabordando, colava lungo le fiancate era per noi lava bollente. Al termine di quei nostri lavori presentavamo, orgogliosi, i risultati ai genitori e ai nonni. Illustravamo nel dettaglio tutte le soluzioni adottate e ci ascoltavano con interesse.
Di solito, dopo il completamento dell’opera, ci concedevamo alcuni giorni di riposo. In quella frazione di tempo si vedevano gli abitanti dell’orto, insetti, vermi e lumache, riconquistare il loro habitat naturale. Solo adesso, a distanza di anni, mi rendo conto che quel nostro giocare rappresentava per loro una sorta di cataclisma biblico. In quel periodo di tregua mi posizionavo sul bordo del camminamento in cemento a guardare il traffico degli insetti. Ve ne erano di tutti i tipi, ma io mi concentravo principalmente sulle formiche. Erano – lo sono ancora adesso – i miei insetti preferiti. Osservavo con attenzione i loro percorsi e le singole interazioni tra di esse. Spesso, quando due di loro si incontravano procedendo nel verso opposto, strofinavano tra di loro le antenne. Si salutano – pensavo. In parte era vero: tempo dopo sono venuto a sapere che quello è un loro mezzo di comunicazione. Attraverso le antenne percepiscono il mondo esterno e si scambiano tra loro informazioni di vario tipo – come la presenza di cibo – attraverso i feromoni, ovvero dei canali chimici. Tenevo sotto stretta osservazione quelle che trasportavano qualcosa tra le mandibole perché, seguendole all’interno della colonna, mi indicavano gli ingressi del formicaio. Una volta individuati, rimanevo a fissare l’entrata e l’uscita delle operaie. Il loro lavoro mi affascinava al pari dell’osservare la pulsazione del traffico a uno svincolo, di notte: ha un andamento caotico eppure regolare. Rimasi stupito quando vidi uscire dal formicaio alcune operaie stringenti tra le mandibole dei bozzoli bianchi. Uscivano, facevano un giro e rientravano. Non capivo proprio perché lo facessero. Decisi di osservarle meglio catturandone una. Sottrattole il suo fagotto bianco, rimasi stupito: era una formica, bianca. Sembrava dormiente. Ma allora sono delle balie! – conclusi. Ora, è doveroso dire che io avevo sempre sognato di catturare e osservare una formica regina: durante una precedente vacanza devastai con un buco gigantesco parte dell’orto senza trovarne la minima traccia. Forse è ancora più in profondità – mi dicevo, ma forse non era nemmeno una buona idea continuare a approfondire sia la questione che la buca. Ecco, ma ora, con quella scoperta, potevo rivoluzionare tutto perché sarei stato in grado di costruire un formicaio dal principio e senza una regina! Avevo infatti letto da qualche parte che in alcune specie di formiche, quando un piccolo gruppo si trova isolato dalla colonia, provvede a crearne una nuova modificando una nascitura in regina. Speravo con tutto me stesso che quelle formiche facessero parte di quella categoria. Non persi tempo, ero troppo eccitato. Andai da mia nonna. Sapevo bene che in una credenza in garage conservava tutti i barattoli di vetro dei sottaceti, delle olive e quant’altro, in vista di future conserve. Gliene chiesi uno. Trovò stravagante l’idea di metterci delle formiche dentro, ma non riuscì a aggiungere molto altro perché corsi subito fuori in giardino. Sul coperchio c’era un’immagine di vari tipi di frutta. Intorno al bordo metallico una scritta avvertiva che il prodotto era da consumarsi preferibilmente fresco. Riempii il barattolo di terra fino a metà e lo misi accanto al formicaio, sotto un sole crudele: all’interno già si formavano goccioline d’acqua aggrappate al vetro liscio. Quando si facevano più pesanti, scendevano giù ripide, fino al terreno, nascondendosi. Nella mia fantasia di bambino, credevo di avere creato una nuvola all’interno del barattolo.
« Sta piovendo! » urlai e mia nonna corse fuori preoccupata per gli indumenti e gli asciugamani freschi di bucato. Questi erano appesi a un filo che correva per tutta la lunghezza del cortile e mi nascondevano completamente al suo sguardo, non fosse per il vento che di tanto in tanto decideva di sollevare un lembo di tessuto e così mi si poteva vedere chino sul formicaio.
I miei strumenti scientifici dell’epoca erano uno stuzzicadenti e diversi altri pezzetti di legno che avevo raccolto direttamente nel giardino. Con questi selezionavo le formiche facendole salire sul legno, le buttavo nel barattolo – dove prima avevo avuto cura di fare dei buchi nel terreno per facilitare e velocizzare il loro lavoro – e le dirigevo dove volevo che andassero. Inutile dirlo, lo sforzo era inutile e dopo poco smisi di insistere. Raccolsi un buon numero di levatrici e diverse operaie. Queste ultime si misero subito a esplorare la superficie interna del contenitore – stanno cercando di capire dove sono, mi dissi. Dopo poco le vidi infilarsi nei vari anfratti che avevo creato. Molti venivano abbandonati, mentre altri erano considerati interessanti. Non so il perché. Il fattore comune di tutti era comunque la loro visibilità: avevo creato una modesta serie di gallerie tra la superficie del barattolo e la terra, in modo che si potesse vedere attraverso il vetro il passaggio delle formiche per tutta la lunghezza del cunicolo. Le guardavo mentre percorrevano il tracciato, afferravano un pezzo di terra e lo depositavano fuori. Parevano instancabili. Le levatrici invece cercarono un luogo protetto dove riporre le larve. Avevo posto al centro del barattolo un mezzo guscio di mandorla rovesciato, in modo che concedesse un riparo dal sole. Andarono a depositare i loro preziosi carichi sotto quella copertura, al sicuro. Era chiaro infatti come le larve non potessero rimanere esposte per un tempo troppo lungo all’ambiente esterno: si sarebbero disidratate in maniera eccessiva date le alte temperature.
La possibilità di essere in qualche modo partecipe della vita di quel proto-formicaio, di apprezzarne l’esistenza sotterranea – solitamente preclusa allo sguardo – esplorandola con i mezzi che avevo allora a disposizione, mi galvanizzava letteralmente. Portavo il barattolo ovunque e ripensando a quei momenti mi sarei dovuto sentire un po’ come Linus dei Peanuts con la sua coperta. Avevo la rara possibilità di ammirare il lavoro di costruzione di una colonia: ben presto le formiche iniziarono a scavare nuove gallerie. Alcune erano la continuazione del tracciato segnato da me e rimanevano visibili o quasi, altre invece venivano realizzate verso l’interno e mi sforzavo di trovare l’angolazione migliore per osservarle. Naturalmente mi preoccupavo anche della loro alimentazione. Per selezionare i cibi che fossero loro graditi, mi appostavo vicino alla colonia dalla quale le avevo prelevate e mi concentravo sulle formiche in entrata. Trasportavano di tutto: ora c’era chi portava un pezzo di insetto preso chissà dove, ora passava quella che reggeva un’enorme foglia – era buffa, perché mi sembrava un surfista alle prime armi, sballottolata com’era – e adesso quella che trascinava una fibra minuta ma lunga e secca. Insomma, ciò che veniva inghiottito nel formicaio aveva una varietà sorprendente. Così rubai vari carichi faticosamente guadagnati e trasportati per approvvigionare le mie ospiti. Da qualche parte poi avevo ancora letto che le formiche andavano pazze per gli zuccheri, così andai in cucina e mi procurai un pezzo di stagnola, piegandolo a mo’ di conca. Vi misi dentro un po’ di zucchero e lo posi vicino al guscio di noce. Non ho una memoria limpida della loro reazione, ma non mi pare ne fossero entusiaste. Era evidente come preferissero quel pezzo di insetto morto!
Durante la notte lasciavo il barattolo sul muretto dell’orto, vicino alla cisterna dell’acqua. Una sera decisi di lasciare il coperchio aperto perché mi venne l’ingiustificato timore che le formiche, con tutte quelle nuvole che si andavano formando in continuazione dentro il barattolo, ne potessero soffrire e che mancasse loro l’aria. Così mi fidai del fatto che avessero trovato comoda la loro nuova sistemazione e lasciai il coperchio accanto al barattolo. Quella volta però non le posizionai nell’orto, vicino al luogo dove le avevo raccolte, ma nel giardino, tra le piante. Al mattino, durante il consueto controllo, feci una scoperta terribile. Chinandomi sul barattolo non osservai il solito movimento delle sue occupanti. Mi avvicinai ancora un po’ con il naso, fin quasi a metterlo dentro, e scoprii con orrore che le formiche erano tutte mutilate. Alcune si trascinavano ancora con fatica sul terreno umido, accanto ai corpi rattrappiti delle compagne morte. Mi chiesi che cosa fosse successo e ricevetti subito la risposta perché era sotto i miei occhi. Notai altre formiche, di una specie diversa, tutte intorno alla base del barattolo e alcune si stavano arrampicando sulla sua superficie. Erano più piccole e dalla testa rossa. Non ebbi dubbi e attribui a loro quel massacro. In un primo momento rimasi colpito da quella guerra per il territorio, ma poi mi arrabbiai molto perché lo scontro sanguinoso aveva segnato la fine del mio formicaio e reagii come potrebbe reagire un qualunque bambino al quale si rompe il giocattolo preferito: le formiche assassine ebbero la peggio sotto la suola delle mie scarpe. Dopo aver sfogato in questo modo la mia ira infantile, tornai all’orto per rimpinguare di nuove operaie la mia colonia. Ne prelevai diverse e questa volta ebbi l’accortezza di lasciare chiuso il barattolo, aprendolo solo per alcuni intervalli e sotto la mia diretta sorveglianza.
Così le mie osservazioni continuarono ancora per un po’ di giorni, fino al giorno in cui dovetti preoccuparmi di fare le valigie per il ritorno. Ricordo ancora come fossi tranquillamente intenzionato a portare il barattolo a casa. Già me lo immaginavo sulla mia scrivania e fantasticavo su quanto si sarebbe sviluppato il formicaio, con il tempo. Avrei visto le gallerie ramificarsi e intersecarsi tra di loro, in un crescendo di complessità. Avrei potuto vedere le attività all’interno delle camere, il deposito delle nuove larve e del materiale raccolto in quest’ultime, nonché il coordinamento generale del formicaio. Chiaramente, erano tutte fantasie a occhi aperti, le mie. Mi venne detto che la cosa era fuori discussione. Alla (legittima) risolutezza dei miei genitori non potevo fare altro che rassegnarmi a liberare le formiche e a restituire il barattolo alla nonna. Avverto ancora tra le immagini, i suoni e gli odori del penultimo giorno di permanenza la mia seccatura nel dovere sacrificare così gli interi sforzi della vacanza. Rovesciai con ben poco garbo il contenuto del barattolo nell’orto, vicino alla colonia originaria. Aspettai per un po’. Dal piccolo cumulo di terra che si andò a formare emersero le mie formiche, tutte impolverate. Sembrava che cercassero già la via che le avrebbe ricondotte a casa. Le salutai così, osservandole come avevo fatto da dietro il vetro. Tornai anch’io verso casa, diedi il barattolo sporco di terra alla nonna e ultimai le mie valige. Il giorno dopo partii.

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