Se Veronesi tira in ballo la scienza senza sapere ballare

Carcere

Sarà che mi sono preso bene con la nuova vena politico-scientifica del blog, o forse semplicemente mi capitano delle buone occasioni per parlarne – come se mancassero!
Diversi giorni fa mi è capitato di leggere questo articolo di Umberto Veronesi. Be’, sapete una cosa? Umberto non m’ha mica convinto. Anzi, ha dell’impressionante il fatto che riesca a risparmiare solo qualche suo passaggio da una critica spontanea quanto doverosa. Tutto questo perché forse inizia proprio male, sparandola grossa:

[…] sosteniamo la campagna a favore dell’abolizione dell’ergastolo, che riteniamo una forma di pena antiscientifica e anticostituzionale.

E parte dicendo il perché e il per come. Inizia tirando in ballo le cellule staminali del cervello che, andando a sostituire quelle decedute, rinnovano di fatto l’organo. A parte il fatto che dire “è dimostrato” non ha alcun valore in un caso importante come questo se non si riporta almeno uno studio in merito – a meno che non si voglia parlare di aria fritta. Ma va be’. Quello che mi piacerebbe sapere è il tasso di sostituzione cellulare e il suo ruolo nella tesi: anche ammettendo che dopo 20 anni un individuo sia diverso dal se stesso del passato nel senso inteso dall’editoriale – ci sono evidenze sperimentali in merito? Umberto non lo dice – ciò giustificherebbe il non considerare ciò che è stato commesso da tale individuo? Può un eventuale cambiamento futuro del condannato modificare le sue stesse azioni passate, specie se atroci? Certo che no. Ognuno è responsabile di sé nel momento presente e non potrebbe essere altrimenti. Parimenti non si può speculare in modo così vago sul futuro di nessuno per il semplice fatto che i “se” valgono ben poco o nulla. Contano i fatti.
I miei, quando ero piccolo, m’hanno spedito a fare gli scout. C’erano regole finalizzate all’educazione di noi bambini e una di queste è di una semplicità e profondità disarmanti:

Il rimorso non evita il castigo, ma il castigo salda ogni debito.

Tenendo a mente questo semplice principio, la domanda che (mi) porrei a questo punto sarebbe: si può passare al ravvedimento evitando il castigo? Secondo me no. Non è una questione contro cui Veronesi argomenta la sua posizione, ma vorrei evidenziarla. Ritengo che abbiamo bisogno di toccare con mano le cose e non penso che rimorsi poco concreti possano essere efficaci per la rieducazione del condannato. Sarebbe anche troppo comodo e superficiale – e la superficialità è merce abbondante nella nostra società. D’accordo che il castigo debba essere di matrice riabilitativa, ma esso deve rimanere imprescindibile. È anzi la misura dello sforzo del condannato. Fin qui stringo la mano a Veronesi. Ma ecco che un altro punto a mio parere debole è la tendenza fin troppo marcata di Umberto a fare di tutta l’erba un fascio. Per farla breve: un conto è un incidente in cui qualcuno perde la vita, un altro è l’esplicita volontà di uccidere. Chiaramente io semplifico a mia volta, ma non scrivo mica per La Stampa; c’ho solo un blog la cui mascotte è un pesce, fate voi! Comunque, da qui, da questo pesare la gravità di un reato, discende a mio avviso la necessità di un’equa giustizia: privare volontariamente della vita un essere umano innocente è un atto mostruoso e una società civile non può permettersi di infliggere a sua volta una pena simile – principalmente per l’errore umano sempre incombente in questo tipo di situazioni – ma può difendersi con la privazione della libertà per il colpevole. Una pena mostruosa di rimando? L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Quel “tendere” pare che venga bellamente ignorato dal caro Umberto quando si tratta di pesare la gravità dei fatti. Ha poi ben poco senso tirare in ballo l’abolizione della pena di morte come esempio dell’inefficacia di tali deterrenti (e qui, tra l’altro, fa comodo tenere conto delle statistiche ottenute da tutte le tipologie di omicidi, vero?). Sorvolando sull’infondata correlazione tra l’abolizione di questa e la diminuzione del numero annuale di omicidi – suggerisco infatti che non sia l’unica variabile in gioco e mi sembra una cosa ragionevole – le pene severe possono rimanere lontane come un’ombra per chi commette il reato; con ciò intendo la logica del speriamo che non mi becchino. Dovremmo perciò inasprire le pene? Non sono in grado di dire se ciò sia la strada giusta, ma sicuramente non lo è l’abolizione dell’ergastolo – anche perché, seguendo questa regola e estremizzandola, andrebbero abolite tutte le pene: quale criterio logico imporrebbe infatti il mantenimento di alcune di esse piuttosto che di altre? Nessuno, è ovvio. Si commenta perciò da sé il passaggio di Veronesi sulle mafie perché sarebbe come dire che, siccome non abbiamo grandiosi risultati generali, tanto vale cancellare le punizioni personali. Abbastanza assurdo. Si commenterebbe altrettanto da sé l’occhiolino fatto a Platone&Co. basandosi su ricerche scientifiche (di nuovo non citate) che affermerebbero la non-violenza della nostra specie, se non che non riesco a trattenere un’ulteriore, spontanea, domanda: Umberto, ma vivi in una caverna? Se sì, magari esci un po’, ché l’aria fresca ti farebbe bene; in caso contrario dovresti leggere qualcosa di cronaca spicciola (eccoti un esempio) o seguire uno dei vari conflitti attualmente in corso sul pianeta. Se poi preferisci qualcosa di più accademico, potresti trovare illuminante l’esperimento carcerario di Stanford la cui interpretazione, peraltro, è “peggiorata” nelle ultime analisi critiche. Insomma, se inviti il criterio logico-scientifico al ballo, non puoi poi inciampare a ogni passo. Eh!

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