Nel Paese delle Meraviglie, una notte

Young Active Watchers
No, il titolo non ammicca al programma di Crozza. Quasi un mese fa parlavo di strutture simili a giganteschi ghiaccioli e ancora prima spiegavo come sono arrivato a parlare di cose del genere. Ieri sera si è definitivamente concluso il workshop YAW con la presentazione dei progetti di alcuni dei partecipanti incluso il sottoscritto fisico quasi-fuori posto. Per l’occasione ho collaborato con una ragazza fotografa, Agnese Moreni, decidendo di raccontare una storia ibrida. Partendo dalle sue immagini ho costruito una narrazione che, innestandosi sulle sensazioni visive, provasse a sviluppare una sorta di negativo narrativo delle fotografie. Può sembrare una roba molto concettuale, senza ciccia in mezzo, ma facendo un po’ di attenzione al testo si capisce in modo abbastanza intuitivo che cosa questo voglia dire.

Ah, prima di mostrarvi il progettino ho ancora due cosette da dirvi. Innanzitutto: l’idea iniziale era completamente diversa. Si parlava infatti di fare qualcosa sui diritti delle donne in modo da essere anche più in linea con i temi affrontati durante il workshop. Purtroppo il tempo a disposizione scarseggiava – carenza che fa da ponte anche alla seconda considerazione – specie per me che ero pure alle prese con la compilazione di un documento decisamente importante (riguardante le startup, ma magari ve ne parlerò un’altra volta).
Quindi come sempre osservazioni e critiche sono ben accette, ma tenete conto che il tutto è stato sviluppato, almeno sul fronte narrativo, in tempi veramente stretti.

 

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Se ne stava fermo sotto l’insegna luminosa e con il naso all’insù. Pareva esserne attirato come le falene della notte lo sono da qualsiasi luce. Aveva letto da qualche parte che questi insetti scambiano la luce artificiale per le stelle che usano come riferimento per spostarsi. Lui era immobile e di certo non era una falena, ma forse quelle piccole lampadine accese esercitavano lo stesso un fascino ancestrale. Il contatto visivo venne rotto dal richiamo di sua madre:
« Che fai, ti sei congelato? »
Non rispose, ma oltrepassò l’invisibile soglia con una corsetta. Era nel suo Paese delle Meraviglie.

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Lo aveva sempre visto da fuori, osservando con attenzione i dettagli da dietro il vetro del finestrino della macchina, quando i suoi lo accompagnavano in piscina. Lui odiava quel tanfo di cloro. Per allontanarne l’intensità si immaginava in quel posto, rapito da tutta quella gente in movimento. Ora era tra di loro. Famiglie intere si avvicinavano alle giostre mentre gruppi di ragazzi più grandi di lui facevano a gara nei giochi di forza. Ne aveva appena visto uno con un martello in mano colpire con una forza incredibile – tanto che la sua faccia si era corrugata tutta – una piccola superficie ai suoi piedi. Una specie di pallina schizzò in aria lungo una colonna andando a far suonare una campanella in cima. Il ragazzo vinse un peluche rosa. Voltandosi dall’altra parte vide una lunga fila: erano in attesa per il Tornante una delle principali attrazioni del Luna Park. Rimase a bocca aperta vedendo la velocità con la quale la carrozza affrontava quella curva pericolosa. Si inclinava tanto che sembrava dovesse proiettare via tutti i passeggeri. Per un momento chiuse gli occhi. Quando li riaprì, nessuno si era fatto male. C’era solo sua madre che lo aspettava un po’ più in là.

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Lungo la via principale la neve aveva collezionato le impronte di tutti i visitatori. Le sue andavano ad aggiungersi a quelle più grandi di uomini dal passo pesante, affiancavano altre più strette e meno marcate e si sovrapponevano ad altre ancora delle sue dimensioni. C’erano anche delle impronte di animali. Da poco tempo era passato di lì un cane randagio che si era andato a rifugiare sotto la tettoia delle autoscontro. Era magro e pativa il freddo della notte.

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Attratto dall’odore di cibo di un chiosco vicino, si avvicinò con quella sfacciataggine tipica di chi ha fame. Il suo sguardo era fisso sulle mani di coloro che addentavano con gusto panini stra-unti, appesantiti da patatine fritte con lo stesso olio del giorno prima. I suoi occhi aspettavano che qualcosa cadesse da quelle mani e a osservarlo pareva che pregasse per ciò. A un certo punto la sua preghiera silenziosa venne esaudita. A una donna enorme cadde una buona parte del panino. La cotoletta imprigionata tra le due fette di pane cadde nella neve. Il cane si avvicinò rapido e l’addentò. La donna, grande com’era, ci impiegò un po’ a capire dove fosse finito il suo boccone. Sporgendosi oltre l’ingombrante pancia si accorse della povera bestia, ma non provò alcuna pietà. Il cane rimediò un calcio che per poco non sbilanciò la donna, facendola cadere a terra. Si aggrappò al chiosco ambulante e fece sobbalzare il proprietario all’interno, rovesciando i contenitori delle salse sui vetri del bancone. L’uomo, mentre cercava di levare via il ketchup e la maionese, le disse:
« Signora, ma voleva mangiarsi anche la camionetta? »
E mentre questa iniziò a tuonare i ma come si permette!, ma che maleducato e l’immancabile lei può fare solo questo lavoro!, il cane era già lontano e per un’altra notte aveva mangiato.

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La puzza della frittura si mescolava al freddo creando un mix di sensazioni sulla vicina pista delle autoscontro. Complice la velocità – erano infatti le autoscontro più veloci del Paese – i guidatori erano stimolati dall’odore che non generava appetito ma, tramite una sorta di transfert, suscitava un incitamento a non rallentare e a cercare quanti più scontri possibili. Il bambino osservava tutto questo dal bordo pista. Quando qualche guidatore si avvicinava troppo nella sua direzione, indietreggiava spontaneamente con un po’ di timore mentre sua madre lo guardava con le mani nascoste nel cappotto. Contava mentalmente gli spiccioli nella sua tasca. Qualcosa la turbava.
Il bambino rimase ancora un po’ a seguire le traiettorie di quelle macchine. Avrebbe tanto voluto salire su una di quelle, con sua madre, o suo padre – se avesse voluto – e scontrarsi con perfetti estranei. Sapeva che nessuno lì si faceva male perché tutti ridevano e anzi più forte era il colpo e più era divertente. Ora erano gli altri in macchina, ma a lui pareva sempre di osservare tutto attraverso un vetro.

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In lontananza, sopra tutte le luci della festa, capeggiava quella scritta. CIRCUS. Lui lo leggeva alla lettera: circus. Era una delle poche cose che non visitarono perché per entrare bisognava pagare e poi la mamma aveva da fare altro. Non le chiese che cosa dovesse fare, anche se la spesa era già stata fatta e, anzi, lei era pure uscita prima dal lavoro. Non era mai successo che uscisse prima. Però non era felice come le altre volte quando la giornata finiva. Lo stesso valeva per lui. Non era felice come gli altri giorni. Lo era molto di più.


I diritti relativi alle fotografie appartengono a Agnese Moreni.

 

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5 thoughts on “Nel Paese delle Meraviglie, una notte

    • Ti ringrazio! :)
      In effetti devo sottolineare come le fotografie siano state la buona (e fondamentale) ossatura sulla quale ho costruito i “muscoli della narrazione”. Diversamente avrei presentato una medusa flaccida :D

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