La storia pesa come un macigno

Innovazione tecnologica

La storia pesa come un macigno su quanti hanno sostenuto per anni che i costi dell’innovazione andavano lasciati ai paesi che avevano quattrini da spendere e sui quali, poi, l’Italia avrebbe potuto recuperare competitività tagliando sui costi (a cominciare da welfare e lavoro). È in base a questa logica che il nostro paese ha visto pian piano sfaldarsi prima la ricerca industriale, poi le stesse strutture produttive nazionali, fino ai discorsi attuali sul declino italiano, che ne sono la più dolorosa conseguenza.

Queste sono le parole di Giovanni Paoloni che chiudono l’articolo del mese tratto dall’archivio de Le Scienze. Arrivano a conclusione di una panoramica su alcune delle imprese italiane che in passato hanno investito nella ricerca e nello sviluppo in sinergia con le realtà universitarie. Il pezzo descrive brevemente l’ascesa di importanti protagonisti come la Olivetti di Ivrea, la Montecatini, la FIAT, l’ENI e l’IRI, affrontando anche la dolorosa caduta delle prime due. È uno sguardo alla situazione industriale italiana del passato – l’articolo è del marzo 2004, ma narra di vicende ben precedenti alla sua stesura – che possiede preoccupanti analogie con quella del presente. Come uscire da questo loop? Le parole di Guglielmo Marconi che aprono il pezzo di Paoloni ci vengono in aiuto dal lontano 1929:

Ho inteso varie volte giustificare lo sviluppo preso dalle ricerche scientifiche presso altre grandi nazioni col fatto che in tali nazioni l’industria, essendo più ricca che da noi, può permettersi di finanziare abbondantemente le ricerche. Ma ci si potrebbe forse domandare se il ragionamento non possa essere rovesciato, e se non si debba invece attribuire la floridezza dell’industria in alcune grandi nazioni, in parte almeno, al fatto che quegli industriali hanno avuto il tempestivo coraggio di finanziare le ricerche da cui le loro rispettive industrie hanno tratto vitali elementi di prosperità.

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9 thoughts on “La storia pesa come un macigno

  1. Stati Uniti e Russia hanno inteso quanto possa influire l’investimento nella scienza e nelle tecnologia sull’egemonia mondiale, e in effetti possono vantare anche oggi -correggimi se dico una stupidaggine- le ricerche migliori.
    Però anche qui: se il fine fosse la scienza e non l’economia, sicuramente verrebbero finanziati progetti differenti.
    Mi viene immediatamente da pensare all’industria farmaceutica e a quella delle biotecnologie, quelle che, penso, oggi abbiano il ruolo maggiore, anche come influenza sui mercati.
    Alla fine anche la Fiat, era nata in un periodo in cui le nazioni concorrevano fra loro, la sua competitività nascondeva sempre un interesse e una molla politici, come per la Ford americana.

    • In sincerità non so dirti se la supremazia tecnologica degli USA derivi da un primato nelle migliori ricerche, ma da ciò che so c’è una prospettiva diversa oltreoceano: finanziando più ricerche, aumenta di conseguenza anche la possibilità di sviluppare quella che abbia un ritorno economico tale da rientrare di tutti i costi sostenuti per le altre (vedi i venture capital) e ovviamente di guadagnarci su – ok, ogni tanto finanziano vaccate come queste. Eh sì, purtroppo l’economia è sempre in mezzo ai piedi. O quella o la politica. Un caso su tutti, avvenuto proprio tra le due potenze: l’allunaggio del 1969. In effetti non era importante l’aspetto scientifico, ma contava solo il “mostrare i muscoli” all’avversario. I soliti maschi. Quindi concordo con te: in una buona parte dei casi, se non ci fosse una finalizzazione al guadagno, ci si applicherebbe certamente in ambiti di ricerca diversi. A quanto pare però le malattie sono un business irrinunciabile (non tutte però, solo quelle che generano un numero ragionevole di “clienti”; quelle rare sono affari di chi le porta con sé).
      Io temo che questo essere attaccati al soldo contribuirà abbondantemente al tramonto della nostra specie – che verrà naturalmente sostituita da qualcun’altra meno gretta.

      • E pensare che da secoli ci autodefiniamo superiori; mi chiedo anch’io, quando finirà la supremazia dell’uomo, quali animali prenderanno il sopravvento; qualcuno dice le blatte, pare siano le più resistenti (fonte: il film Wall-E) :)

      • In effetti mi risulta che l’esplorazione spaziale negli anni della corsa alla luna abbia avuto negli Stati Uniti un ritorno economico quasi decuplicato (ora non ritrovo la fonte dei calcoli, se serve magari la cerco), e non stupisce, dato il grande coinvolgimento delle aziende (la NASA non progetta né manifattura niente di suo). Non è un caso che una delle aziende italiane di maggior successo, l’Alenia spazio, è proprio quella che ha collaborato alle recenti esplorazioni spaziali, partecipando alla progettazione e alla costruzione di ben sei moduli della stazione spaziale internazionale. E la la nostra cara Finmeccanica ha pensato bene di venderne la quota di maggioranza ai francesi. Così vanno le cose in questo paese…

        • Ecco, una cosa che trovo insopportabile è proprio la mancanza di prospettiva. Ci si accontenta del “tutto e subito” che è la filosofia economica che paga di meno sul lungo periodo. Su Finmeccanica stendiamo dunque il famoso velo pietoso, mentre sarei curioso di alzarne uno sul calcolo del ritorno economico a cui hai accennato: se prima o poi ti ricapitasse sottomano la fonte, me la linkeresti? Già ti ringrazio! ;)

        • Good evening, Ho trovato le fonti:
          Nature
          The Economic Impacts of the U.S. Space Program
          A Sustainable Method for Quantifying the Benefits of NASA
          Technology Transfer

          Quasi tutti fanno riferimento, fra gli altri a An exploration of benefits from NASA “Spinoff” (Chapman et al. 1989) che riferisce di un ritorno nel decennio successivo alla conquista della luna di 22 milardi di dollari (del 1989), più 325000 posti di lavoro creati e 325 milioni di dollari di tasse incassati dal governo federale degli Stati Uniti. Considera che nel decennio ’60-’69 il budget annuale NASA è andato da un minimo di 3 ad un massimo di 33 milioni di dollari (wikipedia). Ci sono anche report successivi, ma questo è considerato particolarmente importante. Il documento integrale è leggibile qui.

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