Al Bar Gatsby, una notte

Scacchi

Avrei molto da raccontare sull’ultima settimana, ma sono stati giorni così intensi che forse vanno digeriti con calma. Ho pensato quindi di continuare la serie Breve discorso su ћ, però è da un po’ che non parlo di narrativa e la necessità di raccontare una storia mi spinge ad accantonare le formule. Così lascio spazio alle parole scritte per il concorso Centorighe. Non mi hanno fatto vincere nulla se non un posto in graduatoria, ma credo che siano belle lo stesso e adatte allo scopo. Buona lettura.

 

Nella calura estiva – la porta del balconcino è aperta, ma non serve a niente – sono sprofondato nella poltrona illuminata dalla luce asettica del televisore. Oltre lo schermo un presentatore mi invita con gesti accoglienti a seguirlo nell’affascinante scoperta del cosmo. Lo seguo. Gradualmente il suo volto sorridente e tamponato lascia spazio ad una volta stellata in etere. La calda voce fuori campo – Dio Santo, sento aumentare ancora di più la temperatura – indica qualche costellazione unendo i puntini luminosi come in un gioco. Premo altri tasti numerati, ma lo zapping non mi convince. Schiaccio il pulsante rosso in alto a sinistra e la stanza cade nell’oscurità. Sul balconcino pare che ora l’aria sia più fresca e su, in cielo, ci sono le stelle, quelle vere. Sotto invece, per la strada, c’è un vecchio bar. Niente insegna luminosa, niente specchietti per clienti che si sentano allodola. È il Bar Gatsby: l’unico aperto di notte in città, almeno che io sappia. Solitamente ogni scusa è buona per scendere giù, farmi un bicchiere e quattro chiacchiere con il gestore. È di origine americana – l’accento e alcuni suoi tratti danno l’illusione, di tanto in tanto, di trovarsi in un film di Clint Eastwood doppiato male – e si trasferì qui in Italia trent’anni fa circa. Gira una voce, al di qua del bancone, secondo la quale cambiò sponda d’oceano per amore, ma non è affatto una cosa certa.
Mi è venuta sete: è una scusa sufficiente. Scendo.

Saluto il barista e faccio la mia ordinazione:
« Carta Bianca, grazie » che tra noi due significa fai tu, basta che tolga la sete. In risposta ricevo il suo rassicurante sorriso. Mi volto verso il locale, i gomiti sul bancone: c’è poca gente e la radio tace. Sto per chiedere il motivo di quel silenzio quando sento qualcosa contro il mio piede. Un pezzo degli scacchi, il cavallo bianco. Appartiene a un vecchietto – un avventore di vecchia data, gran bevitore di caffè – seduto al tavolino all’angolo. È come se facesse parte della mobilia. Ha sempre davanti a sé una scacchiera di legno: ogni pezzo è stato fatto a mano, quasi sbozzato. Hanno un fascino particolare e sembra proprio la corte di un re in miniatura. Il vecchietto, quando arriva al Gatsby, ordina i pezzi dividendoli nelle due storiche schiere nemiche. E aspetta. Aspetta che qualcuno abbia voglia di fare una partita con lui. Non ha problemi di tempo. Occasionalmente avanza degli inviti e in genere riceve dei rifiuti. La gente non ha tempo per giocare a scacchi, ma più in generale la gente non sa proprio giocare a scacchi. Quando gli capita un giocatore va in fibrillazione. Le dita si agitano frementi nella scelta del pezzo da muovere, consigliate dagli occhi vispi. Di regola, il suo avversario si vede sconfitti uno a uno i propri sottoposti. Su una casella nera cade l’alfiere, un cavaliere viene ferito mortalmente da una torre, la schiera dei pedoni è stata sbaragliata e non rappresenta più una minaccia. Infine, il re capitola miseramente. Da quanto ne so, è rimasto sempre imbattuto e sospetto che la cosa sia da imputare a una qualche strana conseguenza dovuta alla quantità industriale di caffeina da lui assunta.
Comunque sia, il vecchietto si protende con tutte le sue forze verso la pecorella smarrita, ma gli risparmio la fatica. Recupero il pezzo restituendolo ai suoi compagni. Non finisce più di ringraziarmi per quel gesto così banale e cerco di stare al passo con altrettanti Prego, Ma si figuri, Ci mancherebbe!.
« Molto belli i suoi scacchi » e indico i pezzi quasi con reverenza.
« Ah sì, ha ragione. Semplici, eppure calamitano lo sguardo vero? Sono un vecchio ricordo. »
« Un regalo datato? »
« Sì, uno degli ultimi che mi fece mia moglie » dice con tono basso, pare una preghiera, accarezzando il bordo ruvido della scacchiera.
Non so che dire e lui lo sa.
« Suvvia, non ammutolisca. Questa non è la sua tragedia. »
Intanto la mia ordinazione è in attesa sul bancone. Mando giù un sorso. Il vecchietto si riprende alzando il capo e proponendo:
« Le andrebbe una partita a scacchi? »
Bingo. Tenta un affondo:
« Mi ha visto diverse volte con la scacchiera su questo tavolo, eppure non le è venuto mai in mente di fare una partita con me. Non mi dica che è uno di quelli che non sa giocare… »
Diavolo di un vecchio.
« Si sbaglia, so giocare » rispondo.
« Allora coraggio, si sieda! » e con un ampio gesto mi invita a prendere posto. E io mi siedo.
« Molto bene. Bianchi o neri? »
« A lei i bianchi. »
« Suvvia, non usi forme di cortesia con me, almeno durante la partita, perché io non le userò con lei. »
« Allora prendo i bianchi, d’accordo? »
« La scelta è sua » ridacchia sotto i baffi incolti.
Ruota leggermente la scacchiera. Sotto il mio naso si stagliano i pezzi già tutti ordinati. I bianchi brillano per quel poco che può brillare del legno sgrossato alla luce del Gatsby. I neri non battono ciglio in tutta la loro austerità. Scelgo il mio pezzo, un umile pedone. Avanzo di due caselle. In risposta esce dalle scuderie un cavallo color pece. Decido di fare lo stesso. Dopo aver scelto un pedone mi chiede con tutta la calma che la senilità conferisce:
« Mi dica, da quanto lei non gioca a scacchi? » ma più che una domanda mi pare sia un’affermazione a sé stante, come dire che il cielo è blu.
« Da un po’. Non saprei dirle. »
I pezzi si muovono, descrivono strani percorsi sulla tavola di legno, in una lotta d’astuzia che mi cattura molto.
« Quindi non lo sa. »
« Esattamente. »
« Però le piace giocare. »
« Se trovo un avversario… »
« La capisco perfettamente! Ma lei si è mai messo veramente a cercarlo, un avversario intendo? »
« Se per cercare intende andare in giro a chiedere ai passanti, mi dispiace doverla deludere. »
« Mi fa ridere lei, lo sa? Comunque no, non intendevo questo. Mi riferivo alla volontà di farlo. »
Intento ad escogitare una valida difesa contro una sua mossa inaspettata, non seguo bene il discorso.
« Cosa mi vuole dire? Che non ho mai voluto andare a cercarmi un avversario? »
« Per l’appunto » sentenzia.
« Non capisco perché avrei dovuto. Penso che sia una cosa strana, a meno di andare in un circolo di appassionati. »
« Perché non l’ha mai fatto? » incalza, non curante della mia risposta.
« Sa, ci sono altre cose da fare e non tutti possono permettersi di sorseggiare caffè in un bar per tutta la notte » mi rendo conto della frecciata solo dopo averla scagliata.
« Ha ragione » si limita a commentare.
La sua torre intanto sta mettendo in seria difficoltà un cavallo e un alfiere del mio schieramento. Devo decidere chi sacrificare. Proprio in quel mentre riprende:
« Però ho scelto così. »
« Come scusi? »
« Voglio dire che è stata una mia scelta vivere in questo modo. Così come ora lei deve scegliere quale di quei due pezzi vuole sacrificare. »
« Bé, certamente. »
Un breve silenzio segue la mia frase.
« Non mi azzarderei a dire che è così ovvio. »
« Che io debba scegliere adesso quale pezzo muovere mi sembra ovvio. O non è così? »
« Le sembra ovvio perché è obbligato a farlo. »
« Le regole sono queste. »
« Ha ancora ragione. Però sarebbe interessante estendere questa considerazione, non le pare? »
Finalmente mi decido. Prendo il cavallo e lo sposto in una posizione più sicura: l’alfiere andrà incontro al suo destino. Per un attimo ritorno a prestare attenzione alle parole.
« Estendere il discorso. Va bene. A cosa? »
« Più in generale, e più semplicemente, alla vita stessa di una persona. »
« Sì, nella vita di una persona ci sono delle regole. »
« Ecco. Le regole. Come ha visto poco fa – nel frattempo la torre ha preso il posto del mio pezzo – le regole di questo gioco l’hanno obbligata a scegliere. La domanda che mi pongo è quindi la seguente: avrebbe fatto lo stesso nella sua vita? »
Devo avere un’espressione perplessa.
« Mi spiego meglio. Tralasciando gli scacchi e tutto il resto, lei, senza alcuna regola o norma, avrebbe scelto lo stesso qualcosa nella sua vita finora trascorsa? »
La domanda mi pare di una tale portata che mi lascio andare indietro fino a trovare lo schienale della sedia. Passandomi una mano sulla fronte:
« Però, mica male come partita a scacchi! » e rido di gusto insieme al mio avversario.
« Una domanda davvero profonda – commento – e di getto mi verrebbe da dire di sì, però dovrei pensarci meglio. »
« È esattamente quello che ho fatto negli ultimi tempi sa? Seduto qui, a questo tavolino, ho avuto molto tempo per riflettere su tante cose. »
« Quindi fa anche il pensatore. »
« Non gioco mica solo a scacchi, io. »
« Capisco. Immagino sia giunto a una conclusione. »
« Sì. Le scelte che noi facciamo non possono essere slegate da norme strettamente vincolanti. »
Rimango deluso da questa risposta. Mi sembra una cosa naturale, se non banale.
« Non per vanificare i suoi sforzi, ma ritengo che sia una cosa risaputa. »
« Non tanto quanto crede sa? Forse lei sta pensando a norme come leggi, divieti e imposizioni varie. »
« Anche. Penso rientrino persino gli aspetti etici, se vogliamo vederli come leggi. »
« Perfetto. Continuiamo ad estendere la questione partendo dalla considerazione di prima: le nostre scelte sono vincolate. »
« La seguo.»
« Ci sono tanti vincoli. Da quelli umani a quelli naturali. Per esempio io potrei volere tutti i suoi risparmi. »
« Spiacente, ma casca male. Troverà molto poco. »
« So accontentarmi! – ride – Ma come vede la mia scelta si scontra inevitabilmente con la sua. Non può essere assoluta. Oppure: adesso vorrei librarmi in volo, ma il mio fisico non è chiaramente fatto per il volo. »
« Come il mio » annuisco cercando con le dita un alfiere nelle retrovie.
« Nessuno dei due lo ha scelto però. O lei mi nasconde un paio d’ali? » strizza l’occhio divertito.
« Quindi fino ad adesso sappiamo che le nostre scelte hanno forti vincoli, di varia natura per giunta. Se ora vogliamo – e così dicendo prende il re in persona per farlo avanzare – sondare il significato profondo della scelta in sé e per sé, possiamo ben identificarla con la libertà, no? »
« Certamente la scelta implica la facoltà di essere liberi di compierla. »
« Si può allora dire che siamo effettivamente liberi? »
« Dipende dalla definizione che diamo di libertà. »
« Proprio qui sta il punto! – esclama con enfasi, quasi alzandosi dalla sedia – In base a quale libertà possiamo dare una definizione di libertà? Finora abbiamo intuito che siamo ben poco liberi, legati, come è evidente, a diverse regole. Quanta libertà possediamo quindi nel definire ciò che ci chiediamo? »
Rimugino un momento su queste parole, poi commento:
« Dipende allora dalla libertà che abbiamo nel mondo e più in generale nell’intero universo. Se ci potessimo osservare dall’esterno lo capiremmo. »
« Ancora una volta abbiamo una limitazione » ribatte il vecchio.
« Dice quindi che non potremo mai saperlo? »
« Dico che è scacco matto. »
Guardo la scacchiera, quindi il mio re. La sua corte è quasi sbaragliata e i superstiti sono impegnati su vari fronti. Il mio pezzo più importante è caduto in trappola al centro della tavola, attorniato da una regina nera, un cavallo impennante e due torri impassibili, non più in grado di muoversi. Il vecchietto ha vinto e cerco di consolarmi con il pensiero di avergli dato un minimo di filo da torcere. Come è facile mentire a se stessi!
Sul mio volto è accertata la sconfitta mentre il vecchietto inizia a ritirare con cura i pezzi, ponendoli in un compartimento sottostante la tavola da gioco. Senza aggiungere altro lascia sul tavolo dei soldi, contando le monete con altrettanta cura. Seguo tutto questo come se si trattasse di una celebrazione religiosa, non dico nulla nemmeno quando prende la giacca dalla spalliera. Vorrei chiedere qualcos’altro, una cosa qualunque, ma che sia un pretesto per continuare uno straccio di discorso. Eppure non mi viene in mente nulla. Vedo solo il suo sguardo ridacchiante e la magra figura uscente dal locale. Poco prima di sparire lesto per chissà dove, si gira un momento levandosi il cappello. Non so perché ma rispondo con un grazie a quel gesto.
Poi, pagata la consumazione, esco dal Gatsby e ritorno al mio appartamento.

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