I dolori del giovane laureando

I dolori del giovane Werther

Arrivati alla fine del proprio percorso di studi si deve fare la domanda di laurea. Non è che ci pensa l’Università in automatico perché – sapete – uno dà tanti esami e magari alla fine ci ripensa. Quindi devi prenderti la briga di chiedere alla Segreteria Studenti il modulo specifico per il pagamento della relativa tassa. Studiare è un dovere e pagare un diritto. O forse era il contrario. Comunque ti si viene anche incontro, ché alla fine i burocrati dell’Università sono pure gentili. Infatti puoi richiedere il modulo via web stando comodamente a casa in modo che, invece di riceverlo e semplificare il tutto, ti risponda una mail automatica, per due volte, così che tu sia costretto ad andarci di persona. Quindi fai la tua bella coda in Segreteria, ti rivolgi con fare torinese – falso e cortese, dunque – all’impiegato per ottenere il detto documento. Ora può stamparlo ti senti dire da dietro il vetro e ti viene da chiedere se non può proprio fartene una stampa lui, così si va a pagare subito quanto dovuto. Evidentemente il versamento obbligatorio non è sufficiente a coprire le spese di un singolo foglio e allora, giacché si è in giro, si fa un salto a fisica a sfruttare il credito di stampa. Piccolo problema: una volta arrivato lì scopri che le stampanti non funzionano. Occhei, calma. Ti ricordi che tuo fratello è lì vicino, anche lui in facoltà – la sua, dove le stampanti funzionano. Telefoni, ti accordi e passi. Ci sta pure un caffè perché ti vede tutto trafelato. Ringraziato (tanto) e salutato, si può ora andare verso la banca, per fortuna a pochi passi da casa. Entri, prendi il numero, ma non serve a niente perché un enorme canottierato arrivato dopo di te – che pare venire direttamente da una spiaggia che Torino non ha – viene fatto passare prima. Vai dunque allo sportello, dai il sudato modulo all’impiegato che ti solleva pure circa la procedura: non andando mai in quella banca, dovrebbe segnare tutti i dati in un altro modulo. Ma puoi tirare un sospiro di sollievo perché ti chiede solo un documento di cui farà la fotocopia che allegherà al pagamento. Bene. Lui prende il modulo, tu sganci i soldi, la macchinetta ingoia e sputa la carta inchiostrandola perché si legga che tu hai pagato. Poi l’impiegato prende la tua ricevuta e con il fare dell’abitudine te la strappa sotto il naso. Sì, la divide in due.
Mi scusi.
Ti dice questo. Ma rimedia subito eh? Tira fuori lo scotch e tu assisti a una scena a cui mai avresti pensato in quella giornata: unisce le due parti con il nastro adesivo – e che fortuna che fosse trasparente, a questo punto – con cura, cercando di far combaciare i pezzi del riquadro con all’interno i tuoi dati. Ce ne mette così tanta di cura che non si accorge mica che sotto c’è l’altro foglio del pagamento, rimasto ora attaccato e strappatosi subito dopo, anche lui, sì. Quindi ti gira la ricevuta, rivoltata come un gravissimo ferito di guerra e commenta come un medico da campo soddisfatto di aver portato fuori pericolo lo sventurato: ma sì, le metto un altro pezzo di scotch qui. Ma sì, andiamo sul sicuro.
Ti porti a casa il frutto di tre ore pomeridiane. Lo lasci sul tavolo. Apri il computer e racconti tutto, ridendo, a chi ride con te per quello che è accaduto. Perché te la devi ridere, che altro puoi fare? E poi, a distanza di qualche giorno, racconti agli altri di come ti sei sentito un moderno Odisseo con tutta questa storia. Magari farà ridere qualcun altro.

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6 thoughts on “I dolori del giovane laureando

  1. Io credo, noi crediamo, che se tutti raccogliessero le loro disavventure agli sportelli (banca, posta, università, ospedale…) Omero ci farebbe una gran pippa.

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